Il lupo in Italia: una questione delicata

lupi-in-italiaLa notizia è di questi giorni: la Conferenza Stato-Regioni ha approvato, il 24 gennaio, in sede tecnica, il nuovo Piano di conservazione e gestione del lupo; il prossimo passo previsto è l’approvazione in sede politica, fissata per il 2 febbraio.

Prima di vedere cosa prevede nello specifico e capire meglio il significato di questo nuovo Piano di conservazione e gestione del lupo, però, ritengo sia opportuno fare un breve excursus storico in merito.

Nel 1971 in Italia veniva stabilita la piena tutela del lupo: dopo un iter tutt’altro che semplice il lupo veniva inserito tra le specie protette del nostro paese, riconoscendone di fatto l’imminente pericolo di estinzione. Infatti, dalle circa 100 unità stimate nei primi anni ’70 si passò a circa 400 unità nei primi anni ’80. Un trend in crescita anche negli anni a seguire fino ai giorni nostri, confermato dagli aumenti stimati, compresi tra il +4% del decennio 1990-2000 e il +10% dal 2000 al 2013.

Ovviamente un aumento della presenza di lupi nel nostro paese ha significato un riacutizzarsi di alcune situazioni problematiche con gli allevatori locali, in particolar modo per quel che riguarda la pastorizia. Per questo motivo nel 2002 venne stilato un precedente “Piano d’Azione Nazionale per la Conservazione del lupo“, con validità quinquennale, scaduto quindi nel 2007. Si è così creato un vuoto, la mancanza di un riferimento normativa in materia e non solo: nello stilare e discutere il nuovo “Piano di Conservazione e Gestione del Lupo” lo stesso Ministero dell’Ambiente ha dichiarato come il precedente piano non sia stato applicato in maniera adeguata dagli enti preposti, ossia Regioni e Parchi Nazionali. Maggiore carenza è stata il non stanziamento di fondi ad hoc, soprattutto per quello che riguarda i risarcimenti nei confronti degli allevatori coinvolti.

Ed ecco che qua si inserisce il nuovo “Piano di conservazione e gestione del lupo“, 22 misure volte a favorire la convivenza fra lupi e attività agricole: tra queste, il contrasto al bracconaggio, la lotta alle ibridazioni tra cani e lupi, recinti dissuasori elettrificati e rimborsi più rapidi per gli allevamenti colpiti. Se queste misure sembrano mettere tutti d’accordo, animalisti e allevatori compresi, l’ultima è oggetto di controversie e discussioni. Questa prevede l’abbattimento controllato (fino al 5%) della popolazione complessiva dei lupi presenti in Italia.

Il Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti è intervenuto a riguardo: “Il problema del lupo è ormai evidente. In certe zone la sua presenza è diventata un rischio per le attività agricole, ci sono attività che chiudono per la presenza di questi animali. Per questo ho messo intorno ad un tavolo 70 esperti, per affrontare la questione in modo scientifico”. Inoltre, Galletti ha affermato che il provvedimento“non mette a rischio la presenza del lupo in Italia. Se non facciamo questo, il bracconaggio diventerà lo strumento di tutela degli agricoltori. E allora davvero la sopravvivenza del lupo sarà a rischio“.

Di parere diverso, se non opposto, i rappresentanti delle diverse associazioni ambientaliste e animaliste italiane, tra cui LNDC, Enpa, Lac, Lav, Legambiente e Lipu: “Per i lupi non sono possibili abbattimenti realmente selettivi e gli effetti di tali abbattimenti sono sempre imprevedibili”, aggiungendo che “I comportamenti predatori non diminuirebbero ma potrebbero invece aggravarsi, come successo in altri Paesi. Infine, la misura degli abbattimenti non avrebbe alcun effetto positivo sulle tensioni sociali e anzi potrebbe aggravarle, con la richiesta di nuovi e continui abbattimenti e una maggiore tolleranza verso atti di bracconaggio e di “giustizia” privata”. Le associazioni sono convinte che sia necessario eliminare la misura che prevede un abbattimento dei lupi: “Il nuovo piano, proprio perché concepito allo scopo di migliorare la convivenza tra gli interessi umani e le popolazioni di lupo, non può dunque prevedere il consueto, inefficace, antiquato ricorso al metodo venatorio, ancor di più perché eticamente inaccettabile”Per le associazioni sopracitate, se così non fosse, sarebbe come tornare indietro di 46 anni, quando il lupo non era specie protetta e quasi del tutto estinto in Italia.

Anche il WWF è intervenuto al riguardo: “La bibliografia scientifica dimostra, infatti, come gli abbattimenti legali non servano né a ridurre i danni né a ridurre i conflitti, ma piuttosto devono essere letti come un’autentica operazione di “distrazione di massa”. 
Si risponde alle istanze delle parti più retrograde degli operatori del settore, attraverso una soluzione che non solo è estremamente pericolosa per una specie che viene già colpita duramente ogni anno da bracconaggio e uccisioni accidentali, ma è del tutto inefficace e improduttiva per gli allevatori e per i pastori. Come abbiamo già più volte ribadito, gli studi dimostrano che le tecniche di prevenzione dei danni (recinzioni elettrificate e cani da guardia), unite ad una corretta attività di informazione, si sono dimostrate la soluzione più efficace per garantire la convivenza della zootecnia con la presenza del lupoIl WWF ha aggiunto: “C’è sicuramente bisogno di un nuovo piano per la conservazione e la gestione del Lupo ma la definizione dei criteri per la concessione delle deroghe sugli abbattimenti è una forzatura che ci porta lontano rispetto a quanto prevede la Direttiva Habitat europea. Questa scelta è destinata ad acuire il conflitto tra allevatori e altre realtà produttive locali con il lupo e ampie fasce della società civile“. Per questo, l’associazione ha stilato un decalogo che riporta le obiezioni tecnico-scientifiche al nuovo piano di gestione del lupo.

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Una questione tutt’altro che risolta, diversi punti interrogativi incombono su di essa:

  • Chi vigilerà stavolta affinché il nuovo piano sia rispettato e soprattutto attuato?
  • Come faranno Regioni e Parchi Nazionali, in seria crisi economica, ad attuare le azioni previste e a loro spettanti?
  • Perché non prendere in considerazione misure volte ad aumentare la presenza di ungulati selvatici (cinghiali, caprioli, cervi), di quali si cibano i lupi ma sono allo stesso tempo oggetto di attività venatoria umana, nelle zone più problematiche?
  • Perché non considerare il fatto che una ricchissima bibliografia scientifica internazionale è arrivata ad affermare che con una selezione e un abbattimento mirato si tende a destrutturare i branchi di lupi, i quali si cibano di Ungulati selvatici, e a a favorire, al contrario, la comparsa d individui isolati che tendono a predare, invece, animali domestici o d’allevamento?

 


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